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lunes, 2 de julio de 2012

L’orfico e lo chiaro in due poesie ad un medesimo fiore

“Con le azioni gradite agli Dèi il tuo umore fa felice, poiché essa il più alto dei profitti contiene”. Baquilides, Epinicio III. Ci sono diversi nomi nel sermo ruralis per l’arbusto e il suo famoso fiore “signora di notte”, è anche chiamata il “fiore del ballo”, “regina della notte”, “fiore di notte”. Si hanno occupato del fiore alcuni botanici nel paese. Henri Pittier ha studiato il fiore brevemente, lo chiama (per sineddoche) “regina della notte” nel suo Manual de las plantas usuales de Venezuela. -Caracas, 1970. p. 359-, ha dettagliato il cespuglio con piú estensione Jesús Hoyos nella sua Flora tropical ornamental. -Caracas, 1978. p. 82-, abbiamo selezionati alcune righe di questo testo:
“Originario dell’America tropicale, è ampiamente distribuito dal Messico al Brasile, tra cui Le Antille. In Venezuela cresce allo stato selvatico nelle zone calde del nord del Paese e in forma di coltivo nei cortili e giardini urbani. [...]. Fiori bianchi, grandi, vistosi, profumati, che si aprono la sera. Hanno un lungo tubo floreale da 14 a 30 cm di lunghezza, con il quale sono proiettati al di sopra e lontano dal margine dei rami”.
Appartiene alla famiglia Cactaceae, il termine scientifico: Epiphyllum oxypetalum. Devono scartarsi di questo panorama espositivo due ben noti, Soanaceae: “signora di giorno” -Cestrum diurnum- “signorina di notte” -Cestrum nocturnum- entrambi altrettanto di fiori piacevolmente profumati.
Rosalina García consacra nella sua collezione De intima brasa. -Caracas, 1987, p. 64- un poema intenso al fiore di questo arbusto, “SIGORA DI NOTTE”. Carlos Augusto León ai suoi lettori, nel suo libretto lirico Juegos del yo. -Caracas, 1989-, gli dona l’ultima oda -su trasparenti versi- di tale volume, etichettato “FIORE DEL BALLO”. Le due poesie, anche se profilati intorno alla stesso fiore, si differenziano nel essere, altrettanto nella genesi, della creazione poetica. Nasce uno da un fare composizionale orfico, quello di Rosalina García, l’altro è stato imbastito al ritmo di una disposizione razionale. Nel primo la bellezza al segreto si fonde, nella secondo la bellezza diafana sui sentimenti espressi cavalca.
Qual è l’orfico nella lirica? Ciò significa che l’orfico nel poema la musica dello nascosto portatrice di saggezza dal “senso interno -Kant-, dello saputo, del “vedere” anticipatore, della anamnesi scappata della notte dell’esistenza. Esce fuori questa singolare “melopeya” alla penombra, la rivelatrice armonia della occulta saggia bellezza -kalosofia- situata al di là della verità limpida del viso della natura -del phainein physeos-. Carica nel suo seno l’orfico una densa musicalità impregnante delle parole dei versi, essa mai il suo assoluto svela ma lascia sentire il suo opaco rimbombare lontano. Poeticizza il trovatore orfico, sebbene a volte non si percepisca così, dall’orlo stesso della morte –intellettualizzato, non reale- se non guardando verso la vita.
Davanti, quindi, alla ventura al limite dell’abisso -concettualizzato- sentendo nella nuca lo spesso fiato emesso dell’enorme bocca del drago del Nulla. Arrivano tali suoni all’anima, nutrono i sentimenti, incarnano le voci. Commuovono quando vanno oltre, si tramutano in versi le cui parole solo trascinano presentimenti, emozioni trasfigurate per catturare in ritmi pensanti, in saggia melodia, con inquietante certezza, i distanti squilli delle campane del timore reverenziale, il rimbombare delle porte di ferro arrugginito del arcano. Raggiunge, dunque, la poesia orfica -qualsiasi breve, possibile, istante- alcuna latitudine del sacro.
Nella letteratura l’orfico in nessun momneto giace in un culto esterno estetico o una offerta per il mistero che va nella sua ricerca, no: appartiene l’orfico alla condizione innata di alcuni poeti, un invito proveniente dall’interno della creatività stessa del bardo, la quale si assume o si scarta. Potrebbe essere concettualizzato l’orfico nella semplice composizione mediante l’idea della pulchritudo oscura nel suo dire poetico -la bellezza segreta, nascosta, difficile-.
Platone mette in bocca di Socrate nel dialogo Hipias Mayor, questa finale assioma: “Le cose belle sono difficili”. -Messico, Porrúa, 1972. p. 247-. Indica la prima condizione pulchritudo oscura, la libertà, assoluta, del pensare. Al’emergere, plasmarsi, nella scrittura la voce interiore del poeta lo fa attraverso un ordito di versi il cui significato risulta opaco al lettore, questo, allora, indaga poi nella sua illustrazione, cogita, contempla. I vocaboli mediante essa musicalità emanate dal rimbombare dei bonces del mistero, riflettono nella sua strada al chiarore fertili sentimenti spirituali artistici, reminiscenze di quello dimenticato, segnali provenienti dai sogni “irrumpientes” nello stato di veglia. -“Tutto intorno qua e là, variamente imitato, si trovano i sogni vaghi come picchi c’è in un campo di grano maturo” [...].
Ovidio, Las metamorfosis. México, Porrua, 1977, p. 162-. Con questi sedimenti di stato d’animo i livelli evocati dalla cantiga si conformano, il tessuto dello enigmatico, quindi, del corpus odico, deriva lo poetico. Ecco, l’oda di Rosalina García, “SIGNORA DI NOTTE” [...] bellico annuncio mi portai la congiunzione del astro con il fiore; così inebriante era il suo profumo come “acerado el brillo” della stella. Analfabeta dei cieli, Evoca la saggezza degli antenati, Nascosto tra le rovine delle foreste. Uno di loro mi ha lasciato questa daga”.
Fornisce la prima strofa di un essere al fiore di quel arbusto, estratto dall’orizzonte della cadenza videnziale, del melos, l’aroma, “acerado brillo”, della notte aggiogata al suo corteggiamento di entità infinite. Rivela, così, la natura poetica di quella presenza botanica. Decifrare, attraverso i suoi ritiri nella contemplazione di sé il giullare, nella seconda strofa un “sapere” delle “rovine della giungla”, ottenuto dalla faccia della stella bianca del fiore profumato quale lacrima della Luna -viso, advocazione della Dea della vita selvatica, Dea Diana-.
Comprende la terza strofa un verso solo. Traduce il livello evocato della metafora, “daga”, il livello relativo di: la parola? Il dono dato dalla foresta? Illuminando la natura orfica della “signora di notte” questa in cambio li svelò mediante l’incantesimo del “profumo” nella “bellica” notte della giungla, la ”daga”, la parola, ovviamente, convertita nella cantiga stessa, essa laude, essa aria di notturno schubertiano, in questi otto versi.
Orfeo -il mistico re, musicista tracio- dopo la morte del suo Euridike non canto più all’allegria, alle gioie con la sua ninfa nella foresta. Ritornerà Orfeo nella sua futile ricerca di driade nel paese di Hades, il regno dei morti, l’arcipelago del Nulla, solo con la memoranza di Euridike tramuta in lamento, solo un pezzo di tramonto fatto nostalgia. “Esencian” ora i loro canti voci di quello che é nascosto, emerge un paesaggio interiore scuro, profondo, enigmatico, malinconico. Ebbe inizio cosí nel mythos, questa dimensione della lirica. Un pó dopo, già visibile nella pianura della storia letteraria nel primo grande spazio della classicità, il paradigma della poesia orfica lo rappresentará -tra le sue tante altri virtù scritturale- Pindaro -circa 520-440 a.c-.
Parallela –relativamente- a questa entità composizionale Odica altro fu scritto sulla lunga strada della letteratura occidentale, questo invece versava nei versi la lirica esponente, riflettente, della realtà immediata, lo circostanziale del poeta, lui stesso con i suoi sentimenti, le intime emozioni, i piaceri somatici dello erotia, i dolori “aposenianos” nella psiche: la natura nel suo significato biologico, geografico, paesaggi, i boschi, i fiumi, il mare, in particolare il Sole: la luce alla logicità notoriamente assiste; presenti nelle stesse dimensione le passioni del humanus, le paure davanti il male, l’amore immerso nel labirinto dei suoi strati -il conflitto del Eros-. Sempre fedele alle percezioni di queste multiple “essistenze”, per questo impiego la parte della sua mente più efficace per enunciare la vita: la ragione.
Portavano quelle composizioni le loro necessarie attinenze: la musicalità per la fortunata gestione delle risorse espressive artistiche del linguaggio, più l’emotività, l’affettività, la suggestionabilità, ma monitorate dalla logica insieme alla patetica vocazione dalla realtà. La ragione, pertanto, circa lo scrittore aveva lasciato cadere il suo mantello, il lampo del fulmine prevalse sul suo spirito. Ebbe origine così nelle cantigas l’idea della pulchritudo chiara, rationalis -bellezza trasparente, sollevata sul limpidom ordito disposizionale dei versi-.
La pulchritudo chiara, rationalis trovo in Orazio -Quintus Horatius Flaccus: 65-8 a JC- il suo esponente più ricercato nel capitolo latino dell’Antichità Classica, si espanderà quella brillantezza nata dal fulmine della ragione per il occidentale del mondo, arriverá a Venezuela aggiogato all’origine della sua singolare poesia, che a sua volta coincide con l’avvento della Patria resa indipendente, libera, autonoma, sovrana. All’interno di questa concezione della creatività umanistica Andres Bello costituisce la sua opera lirica il paradigma della pulchritudo chiara, rationalis nel Continente Latinoamericano.
Dovrebbe chiarire, forse, quest’altra dimensione del odica la frase di un filosofo che ha affermato di un aspetto nell’essenza dell’arte: “il reale gli dà all’uomo lo splendore fino ad allora nascosto” -M. Heidegger, Ciencia y meditación-. In questa contemporaneità, in questo spazio intellettuale, i canti di Carlos Augusto León si trovano. Ecco qui la sua elegia “IL FIORE DEL BALLO… Ero nella mia tristezza e improvvisamente aprì “il fiore del ballo”, quella dei lunghi petali che scoppiano di bianchezza… Solo una volta all’anno riempie tutta la notte la sua fragranza, muore all’alba. Ero nella mia tristezza e mi son detto ben vale la pena di vivere per guardare cose come queste, anche solo una volta all’anno”.
La disciplina intellettuale di Carlos Augusto León costruita sulla ideologia del materialismo scientifico engelsiano gli ha impedito di addentrare la sua poesia nelle stanze spirituali artistiche dell’orfico, dello enigmatico, dell’oniria, sempre ha mantenuto i suoi versi inscritti tra i confini di una bella espressione di alta suggestività alla pari di una radicale trasparenza, più controllata –monitorata- dalla passione del fulmine della logica, senza rigettare l’implicito sentimento “natal”.
Nel suo libro Los dísticos profundos. -Caracas, 1984. p. 64- scrive [...] “Vorrei per i versi la chiarezza del trinco.” [...]. Sia dal luccichio del tramonto o sotto il bagliore del fulmine, i due poeti con la profonda voce della sua anima hanno composto due meraviglioso odi, molto diverse, ad un stesso fiore della botanica nativa, “la signora di notte”, detta anche “il fiore del ballo”. meraviglioso odi, molto diverse, ad un stesso fiore della botanica nativa, “la signora di notte”, detta anche “il fiore del ballo”. Tradotto da: http://lenincardozo.blogspot.com/2012/06/lo-orfico-y-lo-nitido-en-dos-poemas-una.html Lubio Cardozo, Lo órfico y lo nitido en dos poemas a una misma flor. Miércoles, 6 de junio de 2012. Lenin Cardozo | ANCA24 – Hugo E. Méndez U. | ANCA24 Italia

Alberi abitanti delle terre esauste

La terra è una donna, forse la più bella dell’universo. Tutti i popoli d’Occidente sul lato femminile la mettono. Il fondatore della Teogonia, il greco Hesíodo (s. IX – VII a.C), il primo a poetizarla, esporre in modo affidabile la sua entità religiosa, chiamandola Gé, a volte Gaia -radice etimologica della parola Gaia in castigliano-. Chiamarono i Romani della latinità Tellus, anche Terra; ugualmente i suoi elementi materiali femminili: argilla. “Greda”, sabbia, roccia pietra, allo stesso modo le sue misure in estensione agricola: campagna, azienda, agricoltura, fattoria, eredità, insomma.
Recita Platone (Atene: s. IX a.C) nel suo dialogo, -Le Leggi. Messico. Lib. V, 1975, p. 99-. Una definizione categoriale sul tema: “Essendo la Terra, la patria di tutti, si dovrebbe sentire più rispetto per lei così come alla progenitrice dei nostri giorni, perché la Terra è una Dea, dunque per questa ragione sovrana dei suoi abitanti che non siamo altro che semplici mortali”. Quando lussureggiante i contadini del campo amano la terra, la sfruttano, la spremono nel modo più spietato, ma quando con gli eccessi degli abusi ella invecchia, diventa arida e sterile, l’abbandonano. Quel pezzo di terra gli vede partire, ma anche sterile, e comunque sorride, perché nessuno può rubaregli la gravidanza di speranza. Lei sa chi è e quanto rappresenta.
Presto delle sue viscere le piante minuscole, hanno iniziato di nuovo ad uscire, dopo la spigolatura di erbe, seguiranno ad essa la montagna alta con la sua equilibrata irregolarità dei futuri cespugli, fino a quando appaiono i primi alberi, la coraggiosa avanguardia legnosa, costituirà a sua volta i fermi passaggi delle foreste, boschi e foreste a venire. E i botanici hanno identificato alcuni di questi alberi colonizzatori della terra abbandonate ed esauste.
Saranno menzionati in questa pagina, solo due di queste piante: YAGRUMO -Cecropia spp Moraceae-. E BOTOTO -Cocholosperumum orinocense / C. Vitifolium Cocholospermaceae-. Scrivi sulla prima Leandro Aristiguieta lo seguente: “Alberi piuttosto alti, tronco dritto e stretto braccio. Le foglie sono grandi, lunghi piccioli digito – lobi, “alternas”, molto ornamentale. Si propaga per seme. I Yagrumos, sono piante molto ornamentali per le loro dimensioni sottili, adatto per giardini e parchi” -dal suo libro, Árboles ornamentales de Caracas. Caracas, UCV, 1962 p.164-.
Intanto Henri Pittier dice, “sono tra le prime piante legnose, che appaiono in campi di coltivi abbandonati, senza aver arrivato fino alla data per accertare l’origine dei semi. I gambi sono divisi internamente da setti trasversali in un gran numero di compartimenti che sono un rifugio per alcune specie di formiche dove trovano lì il loro cibo in grandi ghiandole o pulvini, situati alla base dei piccioli.
Il Yagrumo, dà alle formiche la stanza e il cibo, ma in cambio queste lo difendeno da qualsiasi nemico, essendo solo il pigro (Bradypus tridactylus), avido dei germogli teneri di questa pianta, l’unico che sembra indifferente ai loro attacchi. Questa associazione è uno dei migliori esempi di simbiosi”. -Nel suo Manual de las plantas usuales de Venezuela y su suplemento. Caracas, Fondazione Eugenio Mendoza, 1970 pp.420 -. 421-. Proviene il termine Yagrumo della lingua dei Cumanagotos, indigena di razza Caraibi, primitivi abitanti del nord-est del Venezuela. -Lisandro Alvarado, Glosario de voces indígenas de Venezuela. Obras completas, V. I. Caracas, La Casa de Bello, 1984. p.377-.
Espone il botanico Jesús Hoyos, le sue conoscenza sul BOTOTO come segue: “In Venezuela cresce spontaneamente nelle zone calde del paese, spesso formando parte della vegetazione pioniera, cresce dopo l’accesso e la masterizzazione [...] Piccolo albero da 4 a 12 m. alto, tronco e rami sottili, fragili. Fiori grandi, giallo – oro, appariscente, sono raggruppati in pannocchie terminali, che compaiono prima delle foglie, tra gennaio e aprile [...], si diffonde per semi e trincee. Non è esigente al tipo di terreno, cresce bene in poveri suoli e richiede l’esposizione in pieno sole”. -Dal suo bellisimo libro, Flora tropical ornamental. Caracas. Sociedad de Ciencias Naturales La Salle, 1978, p.349-.
YAGRUMO Abbandonati i Campi dell’aratura, circondati dal tedio di steccati ciechi. Collassano al tempo i proibiti dall’oblio i sogni del ritorno della primigenia fronda. Arrivano con impulso nascosto delle destinale coperchio mille erbe senza nome, avvento in questi amari spazi scoloriti d’amore, avamposti sottomessi di “ríspidos”, soggetti minuscoli, cerimoniali selvatico di accoglienza all’albero principe. Come ci sono arrivati ​​i semi? ¿Essi giacevano sotto il il terreno in attesa dell’urlo? La Gaia Madre non dorme mai nei suoi misteri; sorveglia.
Il Yagrumo, alto albero, magro, la sua snellezza al giocare con il vento l’eccita, saluta giubilante con le loro grande foglie digitate al Sole, alle stelle, alla luna, alla pioggia, celebra la sua destinazione d’esistenza, avanguardia dei verdi, delle future foreste con il loro cosmo, con il suo caos, nel regno dell’essenziale realtà dei giorni infiniti. -Cecropia spp. Moraceae-.
BOTOTO Principe dei cespugli pioniero dei futuri boschi. Fragile, “quebradizo”, forte comunque nella propagazione della loro specie. Copre con la luce delle tue corolle abbandonate terre delle colline.
Piccolo albero nobile, elegante, instancabile colonizzatore del deserto in passato fertile. Dimostri all’umano la dedizione vegetale. Alla verità della bellezza doni il dorato dei tuoi fiori del puro Sole nutrito nella dolce atmosfera materna accesa di aprile.
Tradotto da: http://lenincardozo.blogspot.com/2012/06/arboles-repobladores-de-las-tierras.html Lubio Cardozo, Árboles repobladores de las tierras exhaustas. Viernes, 1 de junio de 2012.
Lenin Cardozo | ANCA24 – Hugo E. Méndez U. | ANCA24 Italia

Tre Añu in adozione

Diversi mesi fa, ho raggiunto i 50° anni di vita -“sin cuenta”-, vale a dire, non si fanno più i conti, per quanto riguarda agli anni. E come conclusione delle cose più importanti che ho fatto nella mia vita, fino ad ora, è quella di essere parte di coloro che abbiamo creato un parco. Un grande parco chiamato “Tierra de Sueños” –“Terra di Sogni”-. Che in America, è diventato il primo parco comunale, cioè, che una comunità organizzata lo designa come un parco comunale. Situato nel quartiere Capitán Chico, nel villaggio di pescatori del nome di Santa Rosa de Agua di Maracaibo, Venezuela occidentale, luogo della comunità indigena o Paraujana Añu -la seconda più importante popolazione indigena della nazione-.
Lì, all’interno del parco, abbiamo progettato un percorso interpretativo con le loro rispettive fermate o stazioni per riconoscere la flora e la fauna della più spettacolare foresta di mangrovie rosso che esiste nel paese. Abbiamo anche costruito piccoli ponti in legno riciclato, per facilitare l’accesso dei bambini visitanti, e con il sostegno di giovani ingegneri siamo stati testimoni della costruzione, sulla grande zona umida –humrdal-, del più lungo ponte di legno in Venezuela. Infine, tante emozioni che nascono e risuonano nel nostro essere, sono uscite di questi 130 ettari di mangrovie
Ma il più grande tesoro di questa esperienza è l’opportunità che la vita ti dà, per incontrare persone splendide, gentile, piene di fede, che hanno reso possibile l’avanzamento di questa iniziativa. Ho scoperto, o come mia mamma dice: mi toccò a me, “l’affetto Añu”, dei bambini e degli adulti, che si ottiene solo se gli rispetti come persona, ascolti le loro opinioni onestamente, capisci la loro saggezza, gli coinvolgi nella visione di ciò che è richiesto e con l’esempio e la perseveranza, dimostri che è possibile trasformare una zona arida che era diventata una discarica di rifiuti sepolta, nel parco maestoso che è oggi.
Dalle prime riflessioni, tre famiglie sono state coinvolte in anima e corpo in questa opera: gli Ortega, che sono quasi il 70% di tutto il popolo di Santa Rosa de Agua, gli Andrade, che originariamente provengono da qualche parte nei Caraibi e gli Almarza, che, cosí come gli Ortega, sono discendenti diretti del Paraujanos o Añu. La famiglia Almarza è è la più corta: il signore Dagly, che è a sua volta mamma e papà dei suoi due bambini piccoli -Omar 11 e Otilia 10 anni-. Sono tutti dotati di fenotipo marcatamente Añu. Fin dall’inizio, il signor Dagly ha accettato di essere il guardia forestale di “Tierra de Sueños”, perché sapeva molto su queste zone umide –humedales- in quanto aveva vissuto con la sua famiglia in questa foresta per molti anni. È veramente anche la sua foresta.
Ho la presunzione che il parco “Tierra de Sueños” ha adottato me e io in cambio di quel gesto, ho deciso di adottare una parte dei figli della foresta, Omar e Otilia Almarza e come suo padre non può vivere senza di loro, allora ho adottato ai tre e problema risolto. Ora la mia famiglia ha 3 nuovi membri.
Lenin Cardozo | ANCA24 – Hugo E. Méndez U. | ANCA24 Italia [1] Añu termine che si riferisce ad uno dei popoli indigeni del Venezuela e uno dei cinque popoli aborigeni dello stato Zulia che sono: Bari, Yukpa, Añu, il Wayú e Japreira, o al loro linguaggio la lingua Añu. La parola Añu significa “popolo di acqua” o “gente di mare”.

domingo, 1 de julio de 2012

Nel 2010 la natura perde il primo decennio del XXI secolo

Il prossimo Vertice sulla Terra di Rio+20, ufficialmente chiamato Conferenza di Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, si svolgerà dal 20 al 22 Giugno 2012 a Rio de Janeiro, Brasile. Questo vertice è un nuovo sforzo delle Nazioni Unite all’inizio del millennio per avanzare sull’impegno degli Stati e della comunità mondiale nei grandi cambiamenti di questo XXI secolo. Si svolgerà vent’anni dopo il primo vertice storico a Rio de Janeiro nel 1992 e dieci anni dopo di quello a Johannesburg nel 2002.
Nel bilancio di questi primi 10 anni del millennio, la questione ambientale evidenzia molteplici sforzi e accordi dichiarativi realizzati dalle Nazioni Unite e poche o nessune azioni ulteriori degli stessi paesi convocati per fermare l’assalto feroce che oggi viola alla natura. Di seguito si sottolineano i fatti più noti di questo decennio perduto.
Cambiamenti climatici e il Club degli inquinatori 19 Vertici per affrontare il Cambiamento Climatico. Vertice di Río de Janeiro nel giugno1992, Vertice di Berlín nel marzo-aprile 1995, Vertice di Ginebra nel luglio 1996,Vertice di Kioto nel diciembre 1997, Vertice di Bonn nel octubre-noviembre 1999, Vertice di La Haya nel novembre de 2000, Vertice di Trieste nel marzo 2001, Vertice di Marrakech nel novembre 2001, Vertice di Johannesburg nell’agosto del 2002, Vertice di New Delhi nel novembre 2002, Vertice di Milano nel novembre 2003, Vertice di Buenos Aires nel novembre 2004, Vertice di Canada nel dicembre 2005, Vertice di Nairobi nel novembre 2006, Vertice di Bali nel dicembre 2007, Vertice di Polonia nel dicembre 2008, Vertice di Copenaghen nel dicembre 2009 e Vertice di Cancún nel novembre 2010. Nonostante questo significativo numero di Vertici, dove il cambiamento climatico era una “scomoda verità”, il club dei paesi inquinatori, “efficientemente”, si è riusciuto a mettersi d’accordo, ma solo tra di loro, per bloccare tutte le iniziative mondiali e non permettere di avanzare alcuna risoluzione vincolante e coordinata contro il riscaldamento globale.
Il decennio della impunità ambientale L’inquinamento delle acque da petrolio, mercurio e sostanze tossiche negli ultimi anni, anche con la scoperta delle nuove tecnologie, fu terribilmente sproporzionato rispetto ai decenni precedenti. Dove oltre i mari e laghi, più della metà dei fiumi del mondo sono contaminati. Il versamento nel Golfo del Messico, si constata come la più grande tragedia ambientale della storia. Centinaia di versamenti di grandi magnitudini si sono verificati in tutto il mondo in questo decennio e non c’è stato nessun tribunale internazionale per giudicare i responsabili di questo genocidio ambientale. L’amministrazione della giustizia per gli inquinanti non esiste. Questi dieci anni saranno ricordati come il decennio dell’impunità ambientale.
Le catastrofi naturali La natura ci ritornò in dietro, con eccesso, tante punizioni ricevute in questo decennio, almeno ogni anno 250 milioni di persone sono state colpite da catastrofi naturali. Noi soffriamo avvenimenti unici nella sua magnitudine, come il tsunami in Indonesia nel 2004, 8,9 gradi della scala Richter con epicentro di fronte all’isola indonesiana di Sumatra, il più grande tsunami della storia provocando 226.408 morti in dodici paesi rivieraschi dell’Oceano Indiano, nel 2006 il tsunami dell’isola indonesiana di Java, ha lasciando circa un migliaio di morti e 110.000 sfollati, 7,7 gradi di magnitudine, nel 2007 il tsunami nelle Isole Salomone, causato da due terremoti, uno di 8,1 gradi della scala Richter seguita da un altro 7,6 gradi, con più di 100 morti e oltre 5.409 sfollati.
Viviamo agghiaccianti inondazioni come quella nel 2000 in Mozambico, le quale hanno lasciato come risultato 5.000.000 di persone colpite, tra il 2001 e il 2006, il mondo è stato testimone delle massicce inondazioni in Vietnam, Laos, Cambogia, Malesia e Thailandia, come nel 2007 negli stati di Tabasco e Veracruz, in Messico con oltre 25 mila evacuati. Pakistan, India, Russia e Centro America, hanno sofferto nel 2008 gravi inondazioni con perdite di centinaia di vite umane e migliaia di sfollati. Uruguay e Brasile hanno mostrato significative movimenti di sfollati dalle inondazioni nel 2009, la fine del 2010 nel nord della Colombia e Venezuela le inondazioni spostarono ad oltre un milione di persone.
Uragani come il Julitt nel 2001, Isidoro e Kenna nel 2002, Charley, Frances, Ivan e Jeanne nel 2004, Wilman, Katrina, Junior, Emili e Stan nel 2005, che si diffusero il terrore nei Caraibi e sismi come il Aceh in Indonesia nel 2004 con 230.000 morti di 9,5 gradi, Pakistan, Kashmir nel 2005 con 73.275 morti di 7,6 gradi, L’Aquila in Italia nel 2007 di 6,3 gradi, Sichuan in Cina nel 2008 con 87,587 morti di 7,9 gradi, Piscu in Perù nel 2009 di 7,9 gradi, in Haiti con 250.000 morti di 7 gradi e Cile di 8 gradi sulla scala Richter nel 2010, tra l’altro l’asse terrestre è cambiato dovuto a quest’ultimo terremoto. Secondo gli scienziati questo sismo ha ridotto leggermente la durata del giorno e ha spostato l’asse terrestre di otto centimetri. Si stima che potrebbe essere accorciato la la durata di ogni giorno di 1,26 microsecondi sulla Terra. I paesi inquinanti, che non conformi con tutte le emissioni di CO2 della sua flotta di veicoli e le fabbriche alimentate dal carburante da combustibile fossile, inviano all’atmosfera; si hanno dedicato alla sperimentazione di nuove tecnologie nucleari negli Oceani, producendo disturbi sismici. Così, come molti esperimenti segreti condotti nella troposfera, che ha anche portato a disordini nelle dinamiche del clima del pianeta.
Crisi alimentare e biocarburanti Appare nel mercato internazionale la tecnologia dei biocarburanti, e inizia così lo spostamento di terreni utilizzati per la produzione alimentare, a terreni per piantare le piante con proprietà biocarburanti. Le regole del mercato della domanda e dell’offerta vengono imposte, perche è più redditizio produrre una tonnellata di biocarburanti, che una tonnellata di patate o riso. Eppure, quando è in gioco le vite di milioni di persone, a causa di fame, che ogni giorno tendono ad essere di più nei continenti di Asia, Africa e America. In questo decennio si sono create le condizioni, che gli scienziati Agroalimentari hanno chiamato “tsunami silenzioso”, che è nient’altro che la previsione di una severa inflazione per alimenti a livello internazionale prodotto della sua crescente scarsità, abbinato con la siccità o inondazioni di terre fertili dai cambiamenti climatici. Questo profila, affrontare il nuovo decennio con carestia senza precedenti nei paesi poveri, che saranno impotenti contro questo nuovo fenomeno.
Acqua potabile I conflitti per il controllo oltre i fiumi, laghi e falde acquifere, si fanno presenti in questo decennio. Milioni di persone sono morte in tutto il mondo, dovuto alla mancanza di acqua potabile. A questa realtà, si unì gli effetti del cambiamento climatico che ha iniziato un un accelerato scongelamento dei ghiacciai, con cui si perde anche la possibilità di avere acqua potabile a futuro, perché essa va al mare e si inquina. Le tecnologie di dissalazione quella che trasforma l’acqua di mare in acqua potabile, in termini di una soluzione di massa, non è disponibile nei paesi poveri. Secondo le previsioni scientifiche, per questo nuovo decennio, si produrrà una diminuzione della precipitazione. E quando essa si producono, saranno seguite e concentrate, in forme molto più violenta e le siccità saranno più intense. Tutto indica che le nazioni con capacità militari sono preparate per il prossimo decennio per “gestire” i grandi serbatoi di acqua potabile.
Biodiversità Il XX secolo è culminato con 100 specie minacciate di estinzione, il primo decennio del XXI secolo sono stati inventariate 1.500 specie minacciate. La deforestazione amazzonica, che non ha mai cessato, nonostante le centinaia di proteste e sacrifici di molti ambientalisti, è stata una delle principali minacce che ha messo in pericolo una varietà di specie di flora e fauna. L’aggressiva caccia alle balene, delfini e il tonno è diminuita in proporzioni drammatiche quelle popolazioni. In Asia e in Africa, l’inventario delle specie in pericolo di estinzione era così grande come quello realizzato in Amazzonia. Anche quando l’ONU ha dichiarato il 2010 Anno della biodiversità nell’interesse di far conoscere l’importanza e la necessità di proteggere e conservare tutte le specie del pianeta, rimane visibile la poca volontà politica delle nazioni per pianificare azioni in questo questione vitale.
L’impegno ambientale per il nuovo decennio Le vite di tutti coloro che abitano su questo pianeta è compromessa. Non è già la visione degli scienziati “pazzi”, annunciando eventi apocalittici, è il grido di milioni di persone colpite da catastrofi climatiche, la fame e la sete per mancanza di acqua potabile.Le prove sono schiaccianti, ci vuole una nuova direzione da una prospettiva ambiente e conservazionista, un nuovo ordine mondiale in grado di raggiungere accordi e impegni reali per frenare l’aggressione contro la natura e ci permetta di sopravvivere insieme nel nuovo millennio. Tuttavia, mentre gli accordi finiscono di arrivare, se un giorno arrivano da vero, la difesa della propria vita e gli esseri intorno a noi, è nelle mani di ognuno di noi. Cosa facciamo per loro da oggi in poi sarà lo vero. Lo trascendente. Speriamo che nel prossimo Vertice di Rio +20 non ripetiamo la stessa solita storia e finiamo con essere condannati inevitabilmente al fallimento. C’è bisogno de imparare a prendersi cura del Pianeta Azzuro: l’unica nave spaziale che abbiamo. Lenin Cardozo | ANCA24 – Hugo E. Méndez U. | ANCA24 Italia

Evo, l’ambientalista che nessuno ascolta

Evo ha significato oltre ad essere la voce indigena in difesa dei diritti della Madre Terra -come lui stesso l’ha definito-, la personalità politica più tenace negli ultimi vertice sui Cambiamenti Climatici. Le sue riflessioni sono state, ben espiegate, trasparenti e senza alcun interesse di cercare protagonismo nei mass media. È stato un interlocutore preciso della grande preoccupazione ambientale. Spostando addirittura, nei suoi discorsi, la sua posizione ideologica… “già la tappa della lotta di classe è passata…”, “il ventunesimo secolo sarà per la difesa della natura”.
Tuttavia, né noi stessi, quelli che gestiamo ONG Ambientalisti, come Greenpeace, Azul Ambientalista, tra gli altri, abbiamo valutato, esaminato o rivisto, questo alleato sincero. Sicuramente, perché in fondo nei nostri geni, dove sono nascosti sentimenti razzisti, arroganti, presuntuosi e gli stessi complessi, che spesso non ci permettono di essere più autentici, ci potrebbe sembrare “inconcepibile”, che un indio boliviano, con precarie studi formali , sia il coraggioso, che affronta apertamente e cerca di generare una discussione su questo tema in ogni spazio continentale o globale, dove sta partecipando. Al contrario, l’intenzione dei paesi inquinanti, che cercano di mettere a tacere ad ogni costo, questo assalto sul pianeta.
Uno dei cavi Wikilears, che si occupa dell’azione della diplomazia dei grandi inquinatori, si riferisce a quanto è accaduto al Vertice di Copenaghen, dove si evidenziano la situazione imbarazzante che significava le osservazioni del presidente della Bolivia. Questo spiega la necessità di isolarlo, per lo “stridore” delle sue opinioni. E si cercò di diminuire le sue rivendicazioni, partendo dal presupposto che era del gruppo dell’ALBA. Cioè, l’asse del “male”. Ma quali sono questi “disagi” che Evo li produce alle nazioni inquinanti, che di nuovo sono ripetuti nel vertice di Cancun? Osservare che il testo del Vertice di Cancun, come il testo di Copenaghen, è una vittoria vuota e falsa che è stato imposto senza consenso, e il suo costo sarà misurato in vite umane.
Che è stato un atto deliberato, quello di ridurre le aspettative e minimizzare al minimo lo sforzo del Vertice di Cancun. Nei casi in cui la cosiddetta “vittoria” per il multilateralismo è davvero una vittoria per le nazioni ricche che hanno intimidito e costretto ad altre nazioni ad accettare una soluzione alle loro condizioni. Le nazioni più ricche non offrirono niente di nuovo nella riduzione delle emissioni o finanziamenti, e, invece, hanno cercato di invertire gli impegni già esistenti, e includere tutte le scappatoie possibili per ridurre il loro obbligo di agire.
Evo ha detto: “…mentre le nazioni in via di sviluppo -che si trovano ad affrontare le peggiori conseguenze dei cambiamento climatico- richiedono una soluzione reale, ricevono solo il “realismo” di gesti vuoti. Le proposte da parte dei paesi potenti sono state trattate come sacrosante, mentre le nostre proposte erano usa e getta… gli accordi erano sempre a spese delle vittime, piuttosto che dei colpevoli del cambiamento climatico. Quando Bolivia ha detto essere in disaccordo con il testo nelle ultime ore di colloqui, l’obiezione è stata respinta. Un accordo in cui solo i potenti arrivano alla vittoria non è una negoziazione, è una imposizione”.
Concordiamo con l’affermazione fatta da Evo quando dice: “C’è solo un modo per misurare il successo di un accordo sul clima, e questo si basa sul fatto o meno si è efficace per le riduzioni delle emissioni per prevenire il cambiamento climatico”. Quindi, la sua critica è corretta, perché nel testo di Cancun è permesso di aumentare le temperature globali di 4 gradi, il che significherebbe livelli disastrosi per l’umanità. Da recenti rapporti scientifici mostrano che 300.000 persone stanno già morendo ogni anno da calamità legate al cambiamento climatico. Il testo di Cancun, è un brevetto di corsaro per chi inquina, è il via libera, per lapidare all’umanità e l’ambiente.
Da questo spazio vi faccio una convocazione, di non consegnare il destino di questo pianeta agli inquinatori. Ognuno di noi, dal proprio spazio ha molto da offrire, per aiutare in questo grande ministero. La missione di un ambientalista è quella di difendere la vita umana fino al suo ultimo battito. Ascoltate ad Evo e a tutti i coraggiosi ambientalisti. Lenin Cardozo | ANCA24 – Hugo E. Méndez U. | ANCA24 Italia

sábado, 16 de junio de 2012

Tres Añu en adopción

Hace ya algunos meses, llegue a los 50 (“sin cuenta”), es decir, ya no hay mas cuenta, en lo que se refiere a años. Y como una gran conclusión de las cosas más importantes que he hecho en mi vida, hasta este momento, es ser parte de quienes hemos creado un parque. Un gran parque llamado “Tierra de Sueños”. Que en América, pasaría a ser el primer parque comunal, es decir, que una comunidad organizada lo designa parque. Ubicado en el sector de Capitán Chico, en el pueblo de pescadores de nombre Santa Rosa de Agua de Maracaibo, al Oeste de Venezuela. Enclave de la comunidad indígena Añu o Paraujana ( la segunda población indígena mas importante de la nación).--------------- Allí, dentro del parque, diseñamos un sendero de interpretación con sus respectivas paradas o estaciones para reconocer la flora y fauna del más espectacular bosque de manglar rojo que existe en el país. También construimos pequeños puentes con madera reciclada, para facilitar el acceso a los niños visitantes, y con el apoyo de jóvenes ingenieros hemos sido testigos de la construcción, sobre el gran humedal, del puente de madera mas largo de Venezuela. En fin, muchas emociones que brotan y retumban en nuestro ser, han salido de esas 130 hectáreas de manglar. -----------Pero el mayor tesoro de esta experiencia, es la oportunidad que la vida te da, al conocer gente esplendida, bondadosa, llenas de fe, que han hecho posible el avance de esta iniciativa. Descubrí, o como dice mi mama: me toco a mí, el “afecto Añu” de niños y adultos, que solo se logra si los respetas como persona, escuchas sinceramente sus opiniones, entiendes su sabiduría, los involucras en la visión de lo que se requiere y con el ejemplo y perseverancia, muestras que si es posible transformar un área baldía que se había convertido en un botadero de basura soterrada, en el majestuoso parque que es hoy.---------------- Desde las primeras reflexiones, tres familias se han involucrado en cuerpo y alma en esta obra: los Ortega, que son casi el 70% de todo el pueblo de Santa Rosa de Agua, los Andrade, quienes originariamente vienen de alguna parte del Caribe y los Almarza, que al igual que los Ortega, son descendientes directos de los Paraujanos o Añu. La familia Almarza es la más corta: el señor Dagly, que es a su vez mama y papa de sus dos pequeños hijos (Omar de 11 y Otilia de 10 años). Todos ellos tienen marcadamente el fenotipo Añu. Desde el inicio, el señor Dagly aceptó ser el Guardaparque de “Tierra de Sueños”, porque èl conocía muy bien esos humedales ya que vivió con su familia dentro de ese bosque por muchos años. Realmente es su bosque también. ----------------Tengo la presunción que el parque “Tierra de Sueños” me ha adoptado y yo en retribución a ese gesto, he decidido adoptar a parte de los hijos de ese bosque, a Omar y a Otilia Almarza y como su papa no puede vivir sin ellos, entonces adopto a los tres y problema resuelto. Ahora mi familia tiene 3 nuevos miembros.