domingo, 28 de junio de 2015

Andrés Bello (1781-1865) il primo ambientalista di Venezuela


Il primo poeta lirico nato in ispanoamerica che ha celebrato nei suoi versi, con entusiasmo fiero, il paesaggio del Nuovo Mondo è Andrés Bello (Caracas, 1781 - Santiago del Cile, 1865). Bello ha vissuto 29 a Caracas, nelle sue vicinanze, persino avventurò per le valli di Aragua.

Amico della saggezza, in quegli anni studiò grammatica latina, castigliano, letteratura classica, accanto a queste conoscenze umanistiche ha effettuato anche indagini in botanica, geografia dei loro dintorni. Amicus arborum, lasciò una vigorosa testimonianza di amore per il suo ambito vegetale: ad un piccolo fiume a nord della città, che scorre tra le fattorie e le foreste, il Anauco – rimangono oggi solo il nome di un ponte, un filo di acque di scarico e un poema di Bello, lì ha fatto una bella composizione embricata di  riferimenti ellenistici, che vengono copiati qui ai lettori quindici versi, (...) Tu, verde e gentile rive di Anauco, per me più felici che le foreste idalios e i pascoli splendidi della placida Páfos, risuonarai nei miei canti umili; e quando la mia ombra sulla nefasta nave visitatrice del Erebus le valli solitarie nelle tue ombrose giungle e lontane tane vagarò qual un giorno (...) (A. Bello, EL ANAUCO. En: Poesías. Caracas, 1981. pp. 5-6).

Ha scritto anche nella sua tappacaraqueña” il suo famoso sonetto "I MIEI DESIDERI", dove per la prima volta nella lirica venezuelana due alberi leggendari, molto particolari per i suoi gambi, la palma di cocco –il “cocotero”– accanto al Salice appaiono, così come la regione chiamata per sempre Aragua. In Venezuela, due specie della famiglia delle Salicaceae c’è, il noto nel sermo ruralis, popolazione rurale, Salice piangente (Salix babylonica L.)  portato al paese sotto la presidenza di Guzman Blanco, e il nativo salice comune (Salix humboldtiana); l'espressiva palma di cocco, “cocotero”, della famiglia Palmas Arecaceae, simpatica bandiera verde-gialla dei tropici arricchisce l’acquerella fissata nei versi di Bello, (...) Da Aragua alle rive un distretto che mi tribute le semplice squisitezze, che vicino alle mie rustiche case tra massi scorra un ruscello. Per prendermi nel calore estivo che abbia un boschetto, voglio anche, che cresca accanto al salice il coco orgoglioso”. (A.Bello, “MIS DESEOS”. En: Poesías. Caracas, 1981. p. 7).

Lo stesso vale per la piccola composizione in romanzo ottonari etichetta “A UN SAMÁN”. A questo gigante della flora del continente verde, “delle regioni equinozialihumboldtiane, Bello lo immortala quando viene inserito per prima volta  nella lingua della odica del Nuovo Mondo. Emblematici questa immensa Pithecellobium Saman (Leguiminosae Mimosaceae) con la sua colossale fronda delle pianure calde del  occidente del paese, oggi albero della simbologia istituzionale della regione di Aragua. (...) “Allunga, il Saman i tuoi rami senza timore al  fato feroce, e che la sua ombra amichevole al camminante protegga.” (A.Bello, “A UN SAMÁN”. En: Poesías. Caracas, 1981. p. 32). "Dopo aver lasciato il paesi di Turmero, ad una lega di distanza, si scopre un oggetto che appare all’orizzonte... Non è una collina né un gruppo di alberi ravvicinati, ma un solo albero, il famoso Saman de Güere, conosciuto in tutta la provincia per la vastità dei suoi rami che formano una coppa emisferica tazza di 576 piedi di circonferenza. Il Samán una specie variopinta di Mimosa, le cui braccia tortuose sono divise per ramificazione. Il suo fogliame tenue e delicato, risalta piacevolmente sul blu del cielo. Molto tempo ci siamo fermati sotto quel duomo vegetale”... (Alejandro de Humboldt, Viaje a las regiones equinocciales del Nuevo Continente. Caracas, Monte Ávila Editores, 1985. t. III, p. 87).

Bello si recò a Londra nel 1810 in missione diplomatica, insieme a Bolivar, per quanto riguarda il progetto dell'indipendenza dei venezuelani. Mai più sarebbe tornato al suo paese. Si sono conosciuti Bello e Humboldt nel breve interim di quest’ultimo a Caracas? Ci sono solo congetture al riguardo senza supporto storiografico, ma nella storia possibile questo ha dovuto accadere. La spedizione organizzata dal naturalista, geologo, botanico, astronomo Alejandro de Humboldt (Berlino 1769-1859) e il medico, botanico Aimé Bonpland (La Rochelle, Francia, 1773 – Uruguay, 1858) arrivai ​​al porto di Cumana alla foce del fiume Manzanares il 16 luglio 1799. Hanno intrapreso, quindi, dal Venezuela questi due grandi uomini della scienza la prima esplorazione importante per la conoscenza approfondita della natura del Nuovo Mondo, con il suo successivo corollario del profondo impatto nella trasformazione nella mineralogia, geografia, eodesia, astronomia, zoologia, botanica, cosmologia, tra gli altri.

Così Humboldt descrive la sua profonda emozione nel vedere per la prima volta il verde del Nuovo Continente. Siamo arrivati all'ancoraggio,  di fronte allo sbocco del fiume Manzanares, il 16 luglio, allo spuntar del giorno, ma non siamo riusiti a sbarcare se non in tarda mattinata, perché siamo stati costretti ad aspettare la visita degli ufficiale del porto. I nostri sguardi erano fissi sui gruppi di “cocoteros” –palme di cocco– che abbellivano la costa, i cui tronchi oltre sessanta piedi di altezza dominavano il paesaggio. . La pianura era coperta di gruppi di case, Cápparis e di quelle mimose arborescenti che, somigliano al pino di Italia, che estende le sue braccia a forma di parasole. Le foglie pennate delle palme spiccavano sul il blu del cielo, la cui purezza nessuna traccia di vapori offuscava. Saliva il Sole rapidamente verso lo zenit. Diffondevasi una luce abbagliante nell’aria, sulle colline biancastre tappezzate di Nopales cilindrici, e sempre in un mare calmo, le cui rive sono popolate da pellicani, aironi, fenicotteri. La brillantezza della giornata, la forza dei colori vegetali, la forma delle piante, il piumaggio variegato degli uccelli, tutto annunciava il carattere preminente della natura nelle regioni equatoriali.” (A. de Humboldt, op. cit, t. I. p. 377).

Il 21 novembre dello stesso anno, 1799,  "di pomeriggio", arrivarono a Caracas, dove sarebbero rimasti solo due mesi. Due mesi trascorsi a Caracas. Abbiamo vissuto il signor Bonpland e me stesso in una grande casa quasi isolata, nella parte più alta della città. Dalla cima di una galleria potevamo vedere immediatamente la cuspide della Sedia, la cresta dentata di Galipán e il sorridente valle del Guaire, la cui ricca coltivazione contrasta con la cortina scura delle montagne che circondano. Era la stagione della siccità.” (A.De Humboldt, Op. Cit; t. II, p. 329).

Il percorso di HumboldtBonpland attraverso il territorio della provincia del Venezuela è stato: Da Caracas a Valles del Tuy, Valles de Aragua: La  Victoria, Turmero, Maracay, Valencia, Las Trincheras –acque termiche–, Puerto Cabello; sono andati verso le Pianure Centrali: Calabozo, Apure San Fernando–, collegato con il fiume Orinoco –aprile 1800–: San Carlos de Rio Nero, Caño Casiquiare, scesero per l’Orinoco di Angostura –oggi Città Bolívar–, poi hanno preso la strada delle pianure per El Pao a Barcellona, da lí un’altra volta a Cumaná. Da questo porto si sono imbarcati verso l'Avana. “Abbiamo trascorso 16 mesi su questa costa e all’interno del Venezuela. (...) Ci siamo separati dai nostri amici di Cumana il 16 novembre (1800). La notte era fresca e deliziosa. E non fu senza emozione che abbiamo visto l’ultima volta il disco della luna  illuminare le cime degli cocoteros –alberi di cocco– intorno alle rive del Manzanares”.

Humboldt ha lasciato nel suo lungo viaggio di sedici mesi –16-VII-1799 al 16-XI-1800– per il territorio venezuelano descrizioni affidabili dell’agricoltura in quel momento della storia, ha spiegato nel dettaglio le colture originali: il mais, la manioca, la patata, il cocotero, il cacao, la papaia, il Sapotacee, i anonanéceas, l’ananas, guaiava, insieme a molti altri. Di piante esotiche, portate dagli europei, ha sottolineato  il caffeto, la canna da zucchero, alcuni alberi di frutta –mele, pesche, arance–, infine. Segnali di queste piante sative rivelate dallo scienziato tedesco in seguito rinascerebbero nei versi di Andrés Bello. Humboldt rivela nella sua meravigliosa avventura intellettuale, scientifica, chiamata Viaggio alle Regioni equinoziali del Nuovo Continente, per prima volta agli ispanoamericani lo splendore, la realtà, la ricchezza, la bellezza, la alterato, della terra in cui sono nati, vivono, dove poi depositeranno le loro ossa: il Nuovo Continente. Perciò, Bolivar in lettera 1820 definisce a Humboldt “lo scopritore scientifico del Nuovo Mondo”.

Il libro è stato pubblicato prima in francese nel 1814, lo stesso anno ha iniziato la versione inglese, stampato a Londra. Quest’ultima versione è stata letta da Bello durante il suo lungo soggiorno nella capitale dell’Inghilterra. Questo evento ha significato l’incontro esistenziale definitivo tra il grande poeta e il grande naturalista. Dalla nebbiosa lontananza dall’Inghilterra a Bello è stato rivelato con detta scoperta la maestà naturale del Nuovo Mondo intellettualmente illuminato dallo’intelligenza e la  scientificità di Humboldt. Solo da allora Bello ha potuto comporre le sue due formidabili poesie novomondane, “ALOCUCIÓN A LA POESÍA” (1823), “LA AGRICULTURA DE LA ZONA TÓRRIDA (1826).

Due lunghe silva1 dove per  prima volta si invita ad amare, curare, lo spazio naturale –la sua flora, la sua fauna, i suoi fiumi, la sua aria, la sua luce, la sua terra, i suoe mari–, chiamata da Humboldt con sorprendente precisione geodetica "zona torrida", compresa tra il Tropico del Cancro nell'emisfero settentrionale, il Tropico del Capricorno nel hermisferio sud, diviso per il cerchio massimo deli Ecuador, ma solo l’area circoscritta al Nuovo Mondo. Per i lettori di ANCA24 vItalia vengono copiati solo i primi 50 versi del suo poema.

L’AGRICOLTURA DELLA  ZONA TORRIDA

Salve, feconda zona,
che il sole innamorato circoscrive
il vago corso,  e quanto essere si incoraggia
in ogni vario clima
accarezzata dalla sua luce, concepisce!

Te tessi all’estate la sua ghirlanda
di granate spiga, tu l’uva
dai alla bollente cuba2
non di purpurea frutta,  o rossa o gualda3,
alle tue foreste belle
manca sfumatura alcuna, e bevi in esse 
arome mille il vento;
e greggi sono innumerevoli
pascendo le tue verdure, dalla pianura
avendo da confine l’orizzonte,
fino l’eretto monte,
di inaccessibile neve sempre canuta.

Te dai la canna hermosa4,
da dove la miele si purifica,
da chi disdegna il mondo i nidi d'ape;
te  in urne di corallo cuajas [caglia]5 la  mandorla
che nella spumante jícara6 trabocca;
che fa vergognare fuori al murice di Tiro;
e del tuo  indaco l’inchiostro generoso
emula è del fuoco del zaffiro.

Il vino è tuo, che la ferita agave
per i bambini versa
di Anahuac8 felice; e la foglia è tua,
che, quando di morbido
fumo in spirali   vagarosas7 fugge
alleviará il fastidio allo svago inerte.
(…).

Per i tuoi figli l’eminente palma
il suo vario feudo alleva,
e l’ananas condimenta la sua ambrosia;
il suo pane bianco la manioca;
le sue pomas9 la patata educa;
e il cotone dispiega
l’aura lieve e le  rose d’oro
ed il verllo di neve.

Sdraiata per te il fresco parcha10
pende dei suoi rami arrampicatori
nettari palloni e frangiati fiori;
e per te il mais, il capo altezzoso
della spigata tribù, gonfia il suo grano;
e per te la banana
sviene al peso della sua dolce carica;
la banana, per prima
di quanti concesse bellissimi regali

Provvidenza alle genti
dell’ecuador felice con mano lunga”.
(…).


(A. Bello, “LA AGRICULTURA DE LA ZONA TÓRRIDA”. En: Poesías. Caracas, 1981. pp 65-69).



Tradotto da: Hugo E. Méndez U. | ANCA24 Italia 


http://lenincardozo.blogspot.com/2012/06/andres-bello-alejandro-de-humboldt-los.html,  Lubio Cardozo, Andrés Bello – Alejandro de Humboldt: los creadores del sentimiento ecológico en el nuevo mundo. Lunes, 11 de junio de 2012.


 


_____________________________________________

1. Silva. La Silva comprende una serie continua di versi, che non sono fatte da strofe, e di notevole lunghezza, il cui modello poetico, è nato dal canzoniere petrarchesco come risultato di tendenze contraria allo schema della strofa. Questa poesia appartiene a Andrés Bello alle Silvas classicche del Età d’Oro di rima consonante alternado settenari ed endecasìllabe.



2. cuba. Ciotola di legno contenente vino in fermentazione.



3.gualda. Erba della famiglia Resedáceas,  con gambi ramoso da 4-6 decimetri altezza, foglie intere, lanceolate, con un dente su ogni lato della base, fiori gialli in spighe compatte, e frutta capsulare con piccoli semi a forma di rene. Anche se abbastanza abbondante come pianta selvatica, si coltiva per tingere giallo dorato con la sua  cottura.

4. hermosa. Bellisima, splendida, meravigliosa.

5.cuajar. Trasformare un liquido in una massa solida e pastosa.

6. jícara.  Piccoli vasi, di solito di terracotta, che viene spesso utilizzato per bere il cioccolato.

7. Anahuac. Territorio dell'impero azteca. Terre fertili del Messico.

8. vagarosas.  Che vaga, o facilmente e di  continuo  si sposta da una all'altra parte all’altra.

9. pomas.  Frutta di albero. Casta di mela piccola e piatta, di colore verde e di buon gusto.

10. parcha.  Frutto della passione.
.

sábado, 27 de junio de 2015

Andrés Bello (1781 - 1865) el primer ambientalista de Venezuela

Ni los llamados conquistadores españoles ni sus descendientes, los colonizadores, es decir desde 1500 hasta 1810, nunca se interesaron en conocer el territorio por ellos tomado a la fuerza, por lo menos así sucedió en el caso venezolano.  Su interés por estas tierras del Nuevo Mundo giro en torno al sometimiento brutal de los indígenas a quienes esclavizaron bajo el régimen de siervos de la agricultura. De la minería, a la desforestación de los bosques para llevarse los arboles maderables, a la caza de animales de vistosa pieles o plumaje, a la bárbara extracción de las perlas en las islas del mar caribe venezolano. 

Ellos, los conquistadores, los colonizadores, nunca conocieron la realidad del entorno donde habitaban: ignoraban los nombres de las tierras, de las montanas, de los ríos, de los arboles, de los animales, en fin.  Por ello tuvieron que imponer una absurda nomenclatura traída de España inapropiada para cada una de estas comarcas, produciéndose una discordancia con la realidad, favorablemente con el paso del tiempo volvieron a usarse en muchas circunstancias los nombres indígenas.

Por ello siempre debe enfatizarse con palabras de Bolívar dichas en 1820 que el verdadero descubridor científico del nuevo mundo se llamo Alejandro de Humboldt quien además lo dio a conocer a Europa en su formidable obra: Viaje a las regiones equinocciales del nuevo continente (comenzó a publicarse por entrega desde 1814 a 1819 en francés e ingles simultáneamente).

Ahora bien, si nos circunscribimos  a Venezuela le corresponde a Andrés Bello ser sin lugar a dudas el primer ecólogo conservacionista, revelador y defensor de nuestros paisajes, de nuestro ambiente natural, es decir el fue el primer ambientalista de ese entonces.  Antes de poder expresar él sus inventarios conservacionistas sobre el paisaje silvestre y urbano de la parte mas conocida de Venezuela para esa época, la franja norte de su territorio Andrés Bello comprendió la necesidad de darle a los venezolanos por primera  vez una descripción de su geografía física, política, administrativa, poblacional, hidrográfica, marítima, para eso escribió y publico su Calendario manual y guía universal de forasteros en Venezuela para el año de 1810, en ese primer libro impreso en el país  se definía ese espacio ubicado alrededor de la provincia de Caracas limitado - en palabras de Bello - por el norte con el mar Caribe, por el sur la provincia de Barinas hasta el Apure, al este la provincia de Cumana y al oeste la de Maracaibo.  Sobre ese mapa coloco las ciudades y pueblos correspondientes, su orografía, ríoscifra su población en 450 mil habitantes, distribuidas en 8 ciudades, 6 villas, 54 pueblos, 3 puertos marítimos.  Luego habla de sus instituciones (universidad, iglesias, poderes públicos, cabildo); su agricultura de subsistencia elemental: carne de vacuno, de porcino, queso, cazabe, maíz, y también de la agricultura de exportación: añil, café, cacao, azúcar, algodón, cuero. 

Pero es mediante la poesía como Andrés Bello mejor revela nuestros paisajes nativos, como mejor defiende la naturaleza virgen de esos ambientes donde el habito en su etapa de Caracas. El representa el primer poeta quien celebra en sus versos con orgulloso entusiasmo el ambiente vegetal del nuevo mundo.  Vivió Bello 29 anos en Caracas, conoció en detalle la ciudad, su conformación urbana, el entorno geográfico de esa provincia, incursiona hasta los valles de Aragua.  De Caracas dejo el testimonio de un río situado al norte de la ciudad, fluyente entre haciendas y bosquesEL ANAUCO, el cual inmortalizo en hermosa composición lírica de la cual solo se copiaran 15 versos,

 … "Tú, verde y apacible
ribera del Anauco,  
para mi más alegre,
que los bosques idalios
y las vegas hermosas
de la placida Pafos,
resonarás continuo
en mis humildes cantos;
y cuando ya mi sombra
sobre el funesto barco
visite del erebo
los valles solitarios,
en tus umbrías selvas
y retirados antros
erraré cual un día"… 
A. Bello. EL ANAUCO (1800).

De aquel hermoso río de ese poema hoy solo quedan el nombre de un puente y el hilete de aguas negras que corre debajo de el en el sector San Bernardino de Caracas.


Andrés Bello nombra por primera vez en la literatura venezolana la región llamada por siempre Aragua en un soneto titulado MIS DESEOS (1800). También en esos versos se mencionan por primera vez dos arboles emblemáticos de esas tierras cálidas, el cocotero y el sauce.  Se copian apenas las dos estrofas centrales

…"De Aragua a las orillas  un distrito
que me tribute fáciles manjares,
do vecino a mis rústicos hogares
entre peñascos corra un arroyito.

Para acogerme en el calor estivo
que tenga una arboleda también quiero,
do crezca junto al sauce el coco altivo." 

Posee la misma intensión de despertar el interés conservacionista por el paisaje de la Patria su romance octosilábico rotulado 
A UN SAMAN (1806).  A este gigante de la flora del continente verde, de las regiones equinocciales humboldtianas Bello lo perenniza al insertarlo por primera vez en el lenguaje de la poesía del Nuevo Mundo.  Emblematiza este inmenso árbol con su colosal fronda las planicies cálidas del hoy estado Aragua donde se le reconoce como su árbol emblemático.

…"Extiende, samán, tus ramas
sin temor al hado fiero,
y que tu sombra amigable
al caminante proteja." (1806).

Viajo Bello a Londres en 1810 en la celebre misión diplomática junto con Bolívar relacionada con el proyecto independentista de los venezolanos.  Nunca mas retorno a Venezuela pero su proyecto conservacionista del paisaje novomundano nunca los abandono.  Leyó en Londres el libro de Alejandro de Humboldt   Viaje a las regiones equinocciales del nuevo continente (1814 1819), gracias a ese libro se identifica con las tesis ecológicas de Humboldt y con base a las informaciones contenidas en esa importante obra pudo componer sus dos formidables poemas donde revela Bello al mundo de América y Europa la inmensa riqueza ecológica de este continente: esos dos poemas se titulan ALOCUCIÓN A LA POESÍA (1823), LA AGRICULTURA DE LA ZONA TÓRRIDA (1826), ambos publicados en Londres.

Por Lubio Cardozo, Poeta venezolano













LA AGRICULTURA DE LA ZONA TÓRRIDA

¡Salve, fecunda zona,
Que al sol enamorado circunscribes 
El vago curso, y cuanto ser anima 
En cada vario clima, 
Acariciada de su luz, concibes! 
Tú tejes al verano su guirnalda 
De granadas espigas; tú la uva 
Das a la hirviente cuba: 
No de purpúrea flor, o roja, o gualda 
A tus florestas bellas 
Falta, matiz alguno; y bebe en ellas 
Aromas mil el viento;
Y greyes van sin cuento
Paciendo tu verdura, desde el llano
Que tiene por lindero el horizonte,
Hasta el erguido monte,
De inaccesible nieve siempre cano, 
Tú das la caña hermosa 
De do la miel se acendra, 
Por quien desdeña el mundo los panales: 
Tú en urnas de coral cuajas la almendra 
Que en la espumante jícara rebosa: 
Bulle carmín viviente en tus nopales, 
Que afrenta fuera al múrice de Tiro;
Y de tu añil la tinta generosa
Émula es de la lumbre del zafiro;
El vino es tuyo, que la herida agave
Para los hijos vierte
Del Anáhuac feliz; y la hoja es tuya
Que, cuando de suave
Humo en espiras vagorosas huya,
Solazará el fastidio al ocio inerte.
Tú vistes de jazmines
El arbusto sabeo,
Y el perfume le das que en los festines
La fiebre insana templará a. Lieo.
Para tus hijos la procera palma
Su vario feudo cría,
Y el ananás sazona su ambrosía:
Su blanco pan la yuca,
Sus rubias pomas la patata educa,
Y el algodón despliega al aura leve 
Las rosas de oro y el vellón de nieve. 
Tendida para ti la fresca parcha 
En enramadas de verdor lozano, 
Cuelga de sus sarmientos trepadores 
Nectareos globos y franjadas flores;
Y para ti el maíz, jefe altanero 
De la espigada tribu, hinche su grano;
Y para ti el banano
Desmaya al peso de su dulce carga;
El banano, primero
De cuantos concedió, bellos presentes,
Providencia, a las gentes
Del Ecuador feliz, con mano larga.
No ya de humanas artes obligado
El premio rinde opimo:
No es a la podadera, o al arado
Deudor de su racimo;
Encasa industria bástale, cual puede
Hurtar a sus fatigas mano esclava:
Crece veloz, y cuando exhausto acaba,
Adulta prole en torno le sucede.


Mas ¡oh! si cual no cede 
El tuyo, fértil zona, a suelo alguno, 
Y; como de Natura esmero ha sido, 
Eje tu indolente habitador lo fuera... ¡ah! 
Si al falaz ruido 
La dicha al fin supiese verdadera 
Anteponer, que del umbral le llama, 
Del labrador sencillo, 
Lejos del necio y vano 
Fausto, el mentido brillo, 
El ocio pestilente ciudadano, 
¿Por qué ilusión funesta 
Aquellos que fortuna hizo señores 
De tan dichosa tierra y pingüe 
Y varia al cuidado abandonan
Y a la fe mercenaria
Las patrias heredades,
Y en el ciego tumulto se aprisionan
De míseras ciudades,
Do la ambición proterva
Sopla la llama de civiles bandos,
Q al patriotismo la desidia enerva;
Do el lujo las costumbres atosiga,
Y combaten los vicios
La incauta edad en poderosa liga?
No allí con varoniles ejercicios
Se endurece el mancebo a la fatiga
Mas la salud estraga en el abrazo
De pérfida hermosura,
Que pone en almoneda los favores;
Mas pasatiempo estima
Prender aleve en casto seno el fuego
De ilícitos amores;
Y embebecido le hallará la aurora
En mesa infame de ruinoso juego.
En tanto a la lisonja seductora
Del asiduo amador fácil oído
tía la consorte: crece
En la materna escuela
De la disipación y el galanteo
La tierna virgen, y al delito espuela
Es antes el ejemplo que el deseo.
¿Y será que se formen de este modo
Los ánimos heroicos denodados
Que fundan y sustentan los Estados?
¿De la algazara del festín beodo,
O de los coros de liviana danza,
La dura juventud saldrá, modesta,
Orgullo de la patria y esperanza?
¿Sabrá con firme pulso
De la severa ley regir el freno,
Brillar en torno aceros homicidas
En la dudosa lid verá sereno,
O animoso hará frente al genio altivo
Del engreído mando en la tribuna,
Aquél que ya en la cuna
Durmió al arrullo del cantar lascivo,
Que riza el pelo, y se unge y se atavía
Con femenil esmero,
Y en indolente ociosidad el día,
O en criminal lujuria pasa entero? 
No así trató la triunfadora Roma 
Las artes de la paz y de la guerra; 
Antes fió las riendas del Estado 
A la mano robusta 
Que tostó el sol y encalleció el arado:
Y bajo el techo humoso campesino
Los hijos educó, que el conjurado
Mundo allanaron al valor latino.


¡Oh! Los que afortunados poseedores 
Habéis nacido de la tierra hermosa 
En que reseña hacer de sus favores, 
Como para ganaros y atraeros, 
Quiso Naturaleza bondadosa, 
Romped el duro encanto 
Que os tiene entre murallas prisioneros. 
El vulgo de las artes laborioso, 
El mercader que, necesario al lujo, 
Al lujo necesita,
Los que anhelando van tras el señuelo 
Del alto cargo y del honor ruidoso, 
La grey de aduladores parásita, 
Gustosos pueblen ese infecto caos; 
El campo es vuestra herencia: en él gózaos. 
¿Amáis la libertad? El campo habita: 
No allá donde el magnate 
Entre armados satélites se mueve,
Y de la moda, universal señora, 
Va la razón al triunfal carro atada,
Y a la fortuna la insensata plebe,
Y el noble al aura popular adora.
¿O la virtud amáis? ¡Ah! ¡Que el retiro,
La solitaria calma
En que, juez de sí misma, pasa el alma
A las acciones muestra,
Es de la vida la mejor maestra!
¿Buscáis durables goces,
Felicidad, cuanta es al hombre dada
Y a su terreno asiento, en que vecina
Está la risa al llanto, y siempre ¡ah! siempre, 
Donde halaga la flor, punza la espina? 
Id a gozar la suerte campesina; 
La regalada paz, que ni rencores, 
Al labrador, ni envidias acibaran; 
La cama que mullida le preparan 
El contento, el trabajo, el aire puro; 
El sabor de los fáciles manjares, 
Que dispendiosa gula no le aceda;
Y el asilo seguro
De sus patrios hogares
Que a la salud y al regocijo hospeda.
El aura respirad de la montaña,
Que vuelve al cuerpo laso
El perdido vigor, que a la enojosa
Vejez retarda el paso,
Y el rostro a la beldad tiñe de rosa.
¿Es allí menos blanda por ventura
De amor la llama que templó el recato'? 
¿O menos aficiona la hermosura 
Que de extranjero ornato
Y afeites, impostores no se cura?
¿O el corazón escucha indiferente
El lenguaje inocente
Que los afectos sin disfraz expresa
Y a la intención ajusta la. promesa?
No del espejo al importuno ensayo
La risa se compone, el paso, el gesto:
No falta allí carmín al rostro honesto
Que la modestia y la salud colora
Ni la mirada que lanzó al soslayo
Tímido amor, la senda al alma ignora.
¿Esperaréis que forme
Más venturosos lazos himeneo,
Do el interés barata,
Tirano del deseo,
Ajena mano y fe por nombre o plata,
Que do conforme gusto, edad conforme,
Y elección libre, y mutuo ardor los ata?


Allí también deberes 
Hay que llenar; cerrad, cerrad las hondas 
Heridas de la guerra: el fértil suelo. 
Áspero ahora y bravo, 
Al desacostumbrado yugo torne 
Del arte humana y le tribute esclavo. 
Del obstruido estanque y del molino 
Recuerden ya las aguas el camino: 
El intrincado bosque el hacha rompa, 
Consuma el fuego: abrid en luengas calles 
La oscuridad de su infructuosa pompa. 
Abrigo den los valles 
A la sedienta caña; 
La manzana y la pera 
En la fresca montaña 
El cielo olviden de su madre España; 
Adorne la ladera
El cafetal; ampare
A la tierna teobroma en la ribera
La sombra maternal de su bucare:
Aquí el vergel, allá la huerta ría....
¿Es ciego error de ilusa fantasía?
Ya dócil a tu voz, agricultura,
Nodriza de las gentes, la caterva
Servil armada va de corvas hoces;.
Miróla ya que invade la espesura
De la floresta opaca; oigo las voces;
Siento el rumor confuso, el hierro suena;
Los golpes el lejano
Eco redobla; gime el ceibo anciano,
Que a numerosa tropa
Largo tiempo fatiga:
Batido de cien hachas se estremece,
Estalla al fin, y rinde el ancha copa.
Huyó la fiera; deja el caro nido,
Deja la prole implume
El ave y otro bosque no sabido
De los humanos, va a buscar doliente...
¿Qué miro? Alto torrente
De sonorosa llama
Corre, y sobre las áridas ruinas
De la postrada selva se derrama.
El raudo incendio a gran distancia brama
Y el humo en negro remolino sube,
Aglomerando nube sobre nube.
Ya de lo que antes era
Verdor hermoso y fresca lozanía,
Sólo difuntos troncos,
Sólo cenizas quedan, monumento
De la dicha mortal, burla del viento.
Mas al vulgo bravío
De las tupidas plantas montaraces
Sucede ya el fructífero plantío
En muestra ufana de ordenados haces
Ya ramo a ramo alcanza
a los rollizos tallos hurta el día: 
Ya la primera flor desvuelve el seno, 
Bello a la vista, alegre a la esperanza 
A la esperanza que riendo enjuga 
Del fatigado agricultor la frente,
Y allá a lo lejos el opimo fruto
Y la cosecha apañadora pinta, 
Que lleva de los campos el tributo, 
Colmado el cesto, y con la falda en cinta:
Y bajo el peso de los largos bienes
Con que al colono acude,
Hace crujir los bastos almacenes.


¡Buen Dios! no en vano sude, 
Mas a merced y compasión te mueva 
La gente agricultora Del Ecuador, 
Y que del desmayo triste 
Con renovado aliento vuelve ahora,
Y tras tanta zozobra, ansia, tumulto,
Tantos años de fiera
Devastación y militar insulto,
Aun más que tu clemencia antigua implora. 
Su rústica piedad, pero sincera, 
Halle a tus ojos gracia: no el risueño 
Porvenir que las penas le aligera, 
Cual de dorado sueño 
Visión falaz, desvanecido llore: 
Intempestiva lluvia no maltrate 
El delicado embrión: el diente impío 
Del insecto roedor no lo devore: 
Sañudo vendaval no lo arrebate, 
Ni agote el árbol el materno jugo 
La calorosa sed del largo estío.
Y pues al fin te plugo,
Arbitro de la suerte soberano,
Que suelto el cuello de extranjero yugo 
Erguiese al cielo el hombre americano 
Bendecida de ti se arraigue y medre 
Su libertad; en el más hondo encierra 
De los abismos la malvada guerra,
Y el miedo de la espada asoladora
Al suspicaz cultivador no arredre
Del arte bienhechora,
Que las familias nutre y los Estados:
La azorada inquietud deje las almas,
Deje la triste herrumbre los arados.
Asaz de nuestros padres malhadados
Expiamos la bárbara conquista.
¿Cuántas doquier la vista
.No asombran erizadas soledades, 
Do cultos campos fueron, do ciudades? 
De muertes, proscripciones, 
Suplicios, orfandades, 
¿Quién contará la pavorosa suma? 
Saciadas duermen ya de sangre ibera 
Las sombras de Atahualpa y Moctezuma 
¡Ah! Desde el alto asiento 
En que escabel te son alados coros 
Que velan en pasmado acatamiento 
La faz ante la lumbre de tu frente 
(Si merece por dicha una mirada 
Tuya la sin ventura humana gente). 
El ángel nos envía, 
El ángel de la paz, que al crudo ibero 
Haga olvidar la antigua tiranía,
Y acatar reverente el que a los hombres
Sagrado diste, imprescriptible fuero;
Que alargar le haga al injuriado hermano 
(¡Ensangrentóla asaz!) la diestra inerme;
Y si la innata mansedumbre duerme, 
La despierte en el pecho americano. 
El corazón lozano 
Que una feliz oscuridad desdeña, 
Que en el azar sangriento del combate 
Alborozado late,
codicioso de poder o fama, 
Nobles peligros ama; 
Baldón estime sólo y vituperio 
El prez que de la patria no reciba,
La libertad más dulce que el imperio,
Y más hermosa que el laurel la oliva.
Ciudadano el soldado,
Deponga de la guerra la librea:
El ramo de victoria
Colgado al ara de la patria sea,
Y sola adorne al mérito la gloria.
De su triunfo entonces, patria mía,
Verá la paz el suspirado día;
La paz a cuya vista el mundo llena 
Alma, serenidad y regocijo, 
Vuelve alentado el hombre a la faena, 
Alza el ancla la nave, a las amigas 
Auras encomendándose animosa, 
Enjámbrase el taller, hierve el cortijo,
Y no basta la hoz a las espigas.


¡Oh jóvenes naciones, que ceñida 
Alzáis sobre el atónito Occidente 
De tempranos laureles la cabeza! 
Honrad al campo, honrad la simple vida 
Del labrador y su frugal llaneza. 
Así tendrán en vos perpetuamente 
La libertad morada,
Y freno la ambición, y la ley templo,
Las gentes a la senda
De la inmortalidad, ardua y fragosa,
Se animarán, citando vuestro ejemplo.
Lo emulará celosa
Vuestra posteridad, y nuevos nombres
Añadiendo la fama
A los que ahora aclama,
“Hijos son éstos, hijos
(Pregonará a los hombres)
De los que vencedores superaron
De los Andes la cima:
De los que en Boyacá, los que sen la arena
De Maipo y en Junín, y en la: campaña
Gloriosa de Apurima,
Postrar supieron al león de España”.